gli 8 passi dello Yoga - cosa c'è oltre gli asana

Gli 8 Passi dello Yoga

Alza la mano se ti sei avvicinatə allo Yoga perchè interessatə alla parte filosofica o perchè a conoscenza dell’effetto mentale e psicologico dietro alla pratica!

No eh? Nessuno?

Beh. Tutti (o quasi) veniamo a contatto con lo Yoga attraverso la sua espressione fisica. È la cosa più comune.
Se pratichi da un po’ di tempo però è possibile che tu voglia scavare più a fondo e penso tu sia nel posto giusto per farlo!

Per darti un po’ di contesto,

quando mi sono avvicinata allo Yoga per la prima volta è stato per contrastare un periodo lavorativo bello stressante e immediatamente mi sono accorta di quanto lo Yoga stesse facendo la differenza, soprattutto a livello mentale.

Qualche anno dopo essere diventata insegnante ho deciso di approfondire la mia formazione nella Psicologia dello Yoga per trasmettere l’aspetto mentale della pratica dello Yoga che era stato determinante per la mia salute mentale quando ho cominciato (qui di più sulla mia formazione se vuoi)

Ora mi piacerebbe parlartene e non posso che partire da loro:

gli 8 passi dello Yoga.

Cosa troverai in questo articolo

Oltre agli asana cosa c’è: gli 8 passi dello Yoga di Patanjali

Yamas e Niyamas

Asana

Pranayama

Pratyahara

Dharana

Dhyana

Samadhi

Oltre agli asana cosa c’è: gli 8 passi dello Yoga di Patanjali

Ciò che facciamo sul tappetino, ovvero le posizioni (gli asana) non costituiscono che solo 1 fetta (un ottavo appunto) della totalità del puzzle che compone il macro-mondo dello Yoga secondo gli Yoga Sutra di Patanjali, il testo su cui si basa la filosofia e la visione dello Yoga Classico.

Nello specifico, all’interno dei suoi Sutras, il maestro Patanjali ci parla delle 8 qualità fondamentali che lo Yogi deve fare sue per percorrere il lungo sentiero che lo porterà a raggiungere infine il Samadhi, “l’illuminazione”.

Andando in ordine gli 8 rami ai quali il maestro Patanjali fa riferimento col termine Ashtanga (da Ashta che letteralmente significa 8 e Anga, membra, arti) sono:

Yamas, Niyamas, Asanas, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana e per ultimo appunto Samadhi.

Yamas e Niyamas

Yamas

Gli Yamas, ossia la base del percorso di uno Yogi, non sono quindi le posizioni che si fanno più comunemente sui tappetini di tutto il mondo, bensì i principi etici di comportamento che si dovrebbero mantenere nei confronti nei confronti degli altri e dell’ambiente che circostante.

E queste regole di comportamento sono: Ahimsa, Satya, Asteya, Brahmacharya, e Aparigraha.

🌿 Ahimsa, la non violenza. Nei confronti degli altri (nonostante sia inserito nei precetti da rispettare nei confronti dell’esterno, va rivolta anche nei confronti di noi stessi) e non solo attraverso le parole, ma anche nelle azioni che compiamo.

🌿 Satya, la verità, la sincerità

🌿 Asteya, il non appropriarsi (né desiderare) di ciò che non ci si è guadagnato o non si appartiene

🌿 Brahmacharya, l’astensione dagli eccessi e dalle distrazioni

🌿 Aparigraha, il non attaccamento (in senso sia materiale che non materiale)

Niyamas

I Niyamas, dalla loro invece, sono gli atteggiamenti che uno Yogi dovrebbe adottare nei confronti di sé stesso definendo così un corretto stile di vita.
E sono:

📿 Saucha, la pulizia, non solo in senso letterale e igienico, ma anche come purezza di pensiero, linguistica e dell’ambiente di cui ci circondiamo. Una ricerca della limpidezza mentale e fisica.

📿 Samtosha, la capacità di accettare la realtà e accoglierla in modo consapevole imparando da quel che ci succede o ci è successo nel passato

📿 Tapas, la disciplina. Intesa sì come auto-disciplina nel portare avanti la propria pratica di Yoga, ma anche come il mantenere vivo il fuoco dell’intenzione, la spinta nel perseguire il proprio cammino e conseguire il proprio obiettivo nella vita

📿 Svadhyaya, lo studio del sè. L’osservazione consapevole dei propri comportamenti, dei propri schemi mentali, delle proprie abitudini al fine di conoscersi meglio, evolversi e quindi migliorarsi continuamente

e infine
📿 Ishvarapranidhana, l’abbandono o la resa, dopo aver fatto del proprio meglio nelle azioni, nella pratica e nella vita, al divino o all’energia suprema.

Asana

Il terzo punto di cui parla Patanjali nei suoi Yoga Sutras è Asana.

Ahh, penserai, questi sì, che li conosco!!

In realtà Patanjali parla di Asana riferendosi non alle posizioni che compongono le sequenze della nostra pratica quotidiana sul tappetino, ma facendo riferimento esclusivamente alla postura seduta da meditazione (Siddhasana o Sukhasana per intenderci).

Posizione che deve essere sthira sukham asanam (stabile, confortevole e che permetta di mantenere presenza mentale).

Una posizione in cui il corpo e la sua percezione possano scomparire.

Ebbene sì.

Le posizioni di Yoga come le intendiamo noi oggi non faranno capolino nei testi “yogici” se non sino a molto molto dopo, attorno al XV secolo all’interno dell’Hatha Yoga Pradipika (da cui deriva la maggior parte dei nomi degli asana di oggi) quando lo Yoga come filosofia, tradizione e pratica meditativa esisteva già da millenni

😱💣

Pranayama

Siamo così già al quarto degli 8 rami dello Yoga.
E ancora una volta Patanjali ci sorprende.

Il maestro Patanjali non parla di Pranayama come gli esercizi di respirazione che intendiamo noi, ma della cessazione temporanea del suo costante fluire durante la meditazione in cui per l’appunto la respirazione si fa più lenta e sottile, allungando lo spazio tra le fasi di inspirazione ed espirazione

“Conseguito tutto questo (Yama, Niyama e Asana), si giunge al pranayama che consiste nella sospensione del movimento dell’inspiro e dell’espiro“

Yoga Sutra 2,49

La parola Pranayama racchiude al suo interno due concetti fondamentali per la pratica dello Yoga:

Prana ossia la forza vitale che scorre all’interno del nostro corpo e abbiamo la possibilità di muovere e direzionare attraverso il nostro respiro e Ayama che significa “espansione, allungamento”

La definizione di Pranayama come “estensione e dilazione del respiro” si incastona perfettamente nella visione di percorso verso l’illuminazione di cui ci parla Patanajali.

Se vuoi approfondire l’argomento del Pranayama inteso come esercizio di respirazione per lavorare sulla nostra energia vitale, accrescerla e modularla e avere effetti tangibili sul nostro sistema nervoso (come lo intendiamo oggi in epoca contemporanea) te ne parlo approfonditamente in questo altro blog post che non puoi perderti per arricchire la tua cassetta degli attrezzi Logica da portare sempre con te.

esercizi respirazione yoga teoria e pratica

Pratyahara

Pratyahara consiste nella ritrazione dei sensi, nello spezzare il legame che c’è tra la mente e le informazioni che ci arrivano dagli organi di senso.

Rivolgendo la consapevolezza all’interno impariamo ad ignorare i rumori che ci circondano o a resistere, ad esempio, a quell’improvviso pungente prurito o quel dolorino che, senza pratyahara, ci distoglierebbe dal nostro intento di concentrazione e ci indurrebbe a voler sciogliere la posizione da meditazione (ricordiamo che Patanjali parla di asana in termini di posizione seduta agevole e stabile per poter meditare senza ostacoli).

La mente attraverso Pratyahara entra in uno stato di tale profondità che i sensi si rivolgono nella sua direzione e smettono di distrarla.

Pratyahara ci permette di spostarci mentalmente verso lo stato successivo, quello che precede la vera e propria meditazione.

Dharana

Dharana è la concentrazione profonda.

Una concentrazione focalizzata verso il solo oggetto della nostra pratica – che può essere:

✨una parte del corpo,

✨una qualità sulla quale vogliamo lavorare,

✨il respiro,

✨un mantra o un Bija Mantra come l’OM,

✨ o anche un chakra.

Questo stato mentale crea le condizioni ottimali per immergerci nello stato di pura contemplazione, il penultimo stato di coscienza che precede a tutti gli effetti il Samadhi.

Dhyana

Dhyana, il settimo passo dello Yoga, ovvero la meditazione.
Lo stato di coscienza in cui cessa lo sforzo della concentrazione (Dharana) ed entriamo in contemplazione.

Uno stato in cui la mente entra finalmente in comunicazione con l’oggetto della nostra attenzione che fluisce tranquilla, senza più alcun ostacolo o distrazione, né alti né bassi.

Come definito dal grande maestro T.K.V. Desikachar nel “Cuore dello Yoga”:

Dharana deve precedere Dhyana perchè la mente deve imparare a concentrarsi su uno specifico oggetto prima che possa stabilirsi la comunicazione. Dharana è il contatto e Dhyana la comunicazione.

Samadhi

Quando non c’è più separazione tra l’oggetto della concentrazione e la mente che lo sta contemplando si entra nello stato di Samadhi ovvero lo stato mentale in cui la mente, intesa come l’identità personale si fonde completamente con l’oggetto della pratica diventando un tutt’uno con esso.

Vi è quindi una progressione continua che sposta la mente verso uno stato di coscienza di profonda tranquillità che mira a creare i presupposti perchè si possa entrare nello stato di Dhyana e solo poi accedere allo stato del Samadhi che letteralmente “fondere, mettere insieme” in cui non c’è più divisione alcuna.

Ok, l’avevo detto che c’era molto di più oltre agli asana… 😳 🤯 😌

Ma non preoccuparti, il fatto di non esserti approcciatə allo Yoga sin da subito dagli Yamas e Niyamas, avendo fatto esperienza per lo più di Asana e Pranayama fin’ora non significa che sei in ritardo per conoscere e approfondire gli altri rami della disciplina, al contrario.

Sempre da “il Cuore dello Yoga”:

Dal momento del concepimento fino al pieno sviluppo del bambino, le sue membra crescono simultaneamente: non è che prima cresce un braccio, poi una gamba, e così via. Allo stesso modo, lungo il sentiero dello Yoga gli otto aspetti si sviluppano in sinergia e in modo interrelato.

Conclusione

È ufficiale quindi. Abbiamo aperto il vaso di Pandora.
Ora sai che c’è molto di più da sapere e su cui praticare oltre agli Asana nella pratica dello Yoga.

Il percorso è lungo è tortuoso (in senso buono!) 😉

Si parte dai principi etici che uno Yogi dovrebbe osservare nei confronto degli altri, passando per gli atteggiamenti più corretti che dovrebbe cercare di tenere per rispettare se stesso e gettare delle buone fondamenta di pratica per solo poi arrivare alla postura fisica, definita Asana.

Si prosegue dovremmo prenderci cura della nostra energia vitale, del nostro Prana, attraverso appunto il Pranayama per poi avvicinarci man a mano, passando per la ritrazione dei sensi, la concentrazione e la meditazione allo stato più alto di coscienza, il Samadhi, l’illuminazione.

Ci sono libri e libri dedicati a questo proposito che ti consiglio di approfondire se l’argomento ti ha incuriosito, tra cui, primo fra tutti “il Cuore dello Yoga” per una comprensione più approfondita, oltre ovviamente al testo degli Yoga Sutra di Patanjali curato e tradotto da Piera Scarabelli e Massimo Vinti.

Nel corso delle settimane vedremo come integrare Yamas e Niyamas nella nostra pratica fisica sul tappetino per poterli integrare nelle situazioni della vita di tutti i giorni, a partire da Ahimsa, la non-violenza.

Ti aspetto lì.

A presto,

A.

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